Gio 18 Giugno 2026

L’ultima chiamata del Sud

NEWSL’ultima chiamata del Sud

Tra il sogno della “ZES Unica” e il rischio di un futuro a metà

Di fronte a un’Europa che corre, il Mezzogiorno d’Italia cerca di agganciare il treno della modernità. Tra la vitalità tecnologica di Napoli e le aree interne che si svuotano, la scommessa economica si gioca tutta sulla capacità di trasformare i sussidi in investimenti strutturali. Non è solo una questione di PIL, ma di identità.

C’è un’immagine che descrive perfettamente il Sud Italia di oggi: un gigante che ha finalmente smesso di dormire, ma che si ritrova con i piedi ancora legati da vecchie catene burocratiche. Se guardiamo i dati dell’ultimo anno, la Campania e le regioni limitrofe hanno mostrato una resilienza inaspettata. Eppure, camminando per le strade di San Giovanni a Teduccio o osservando i porti di Salerno e Gioia Tauro, si percepisce che la partita non è affatto vinta.

Il Sud non è più (solo) la terra del lamento. È un ecosistema che, nel 2024 e all’inizio del 2025, ha dimostrato di saper crescere a ritmi talvolta superiori a quelli del Nord, trainato dal turismo e da una timida ma orgogliosa ripresa industriale. Tuttavia, questa crescita somiglia a un fuoco di paglia se non viene alimentata da riforme profonde. La domanda che ogni giornalista economico dovrebbe porsi oggi è: stiamo assistendo a un vero rinascimento o a un’ultima, disperata fiammata prima del declino demografico?

Al centro del dibattito economico attuale c’è la ZES Unica. Fino a poco tempo fa, avevamo diverse Zone Economiche Speciali frammentate; oggi il governo ha deciso di accorpare tutto sotto un’unica regia romana. Per la Campania, questa è una lama a doppio taglio.

Da un lato, l’idea di offrire sgravi fiscali e semplificazioni amministrative a chiunque decida di investire da Napoli a Reggio Calabria è ambiziosa. Dall’altro, il rischio è la “centralizzazione della lentezza”. Gli imprenditori locali sono preoccupati: la burocrazia centrale riuscirà a essere agile quanto quella territoriale?

Il cuore della sfida è attrarre capitali che non siano “mordi e fuggi”. Non abbiamo bisogno di fabbriche che chiudono appena finiscono gli incentivi, ma di nodi logistici che sfruttino la posizione baricentrica del Mezzogiorno nel Mediterraneo. La Campania, con il suo distretto aerospaziale d’eccellenza e l’agroalimentare di qualità, è il laboratorio perfetto per testare questa nuova visione.

Non si può parlare di economia del Sud senza nominare il convitato di pietra: il PNRR. Le cifre sono da capogiro, ma la messa a terra dei progetti somiglia a una corsa a ostacoli. Il problema non sono i soldi, ma la capacità di spenderli.

In molti comuni campani, gli uffici tecnici sono ridotti all’osso. Mancano progettisti, mancano figure capaci di gestire appalti complessi. Umanizzare questo dato significa immaginare un sindaco di un piccolo comune del Cilento o dell’Irpinia che ha tra le mani i fondi per una nuova scuola o una rete in fibra ottica, ma non ha nessuno che sappia scrivere il bando. È qui che il “grande piano” rischia di infrangersi contro la realtà quotidiana.

Ma l’economia non è fatta solo di infrastrutture; è fatta di persone. Il vero dramma del Mezzogiorno resta l’emorragia demografica. Ogni anno, migliaia di laureati lasciano Napoli, Caserta e Benevento per cercare fortuna a Milano, Berlino o Londra. È un capitale umano immenso che regaliamo al resto del mondo.

Tuttavia, qualcosa sta cambiando. La pandemia ha sdoganato il South-working. Sempre più giovani professionisti, dipendenti di multinazionali con sede al Nord o all’estero, scelgono di tornare a vivere in Campania. Portano con sé stipendi alti, competenze internazionali e una nuova mentalità. “Posso fare il software architect per un’azienda di Monaco restando a guardare il mare di Posillipo”, mi raccontava recentemente un trentenne tornato a casa. Questa è una risorsa economica invisibile ma potentissima: il ritorno dei consumi e delle competenze. Se il Sud diventasse l’hub del lavoro agile in Europa, la sua economia cambierebbe volto nel giro di un decennio.

Napoli è l’esempio plastico di questa dicotomia. Da una parte ci sono i vicoli del centro storico, dove l’economia informale ancora resiste, e dall’altra c’è il polo tecnologico di San Giovanni a Teduccio, con l’Apple Developer Academy. Qui si formano i talenti che domani lavoreranno nelle Big Tech.

Il settore dell’aerospazio campano è un altro fiore all’occhiello: aziende che collaborano con la NASA e l’ESA, producendo componenti che finiscono su Marte, mentre a pochi chilometri di distanza le strade soffrono per la mancanza di manutenzione. Questa asimmetria è il grande male da curare. Per rendere il Sud “accattivante” agli occhi degli investitori esteri, dobbiamo colmare il gap della logistica. Non serve a nulla produrre il miglior microchip del mondo se poi il camion che deve trasportarlo resta bloccato in una rete autostradale obsoleta.

Non chiamatela più “Questione Meridionale”

In conclusione, l’economia del Mezzogiorno non deve più essere trattata come una “questione” da risolvere con l’assistenzialismo. È tempo di cambiare narrazione. Il Sud è una piattaforma strategica. Se l’Italia vuole contare qualcosa nel nuovo assetto geopolitico del Mediterraneo, deve smettere di guardare al Sud come a una zavorra e iniziare a vederlo come la sua prua.

La sfida della ZES Unica e dei fondi europei è l’ultima chiamata. Dopo, ci sarà solo il declino demografico irreversibile. Ma se la creatività campana saprà sposare il rigore della programmazione, allora potremo davvero raccontare la storia di un sorpasso impossibile.

Stefano Botta

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