Gio 18 Giugno 2026

Campania, crescita senza svolta strutturale

NEWSCampania, crescita senza svolta strutturale

Il paradosso del Mezzogiorno tra numeri in rialzo e fragilità profonde

La fotografia più onesta del Sud oggi parte da un dato che suona bene e male insieme: il Mezzogiorno cresce più del resto del Paese, ma fatica a trasformare questo slancio in benessere stabile. È il “paradosso dello sviluppo senza radicamento” che molti economisti evidenziano: occupazione e PIL avanzano, ma il territorio continua a perdere capitale umano e resta esposto a vulnerabilità sociali che non si sciolgono con una sola stagione favorevole.

Numeri in miglioramento, ma su fondamenta fragili

Tra il 2021 e il 2024 il Mezzogiorno ha segnato un aumento del PIL dell’8,5%, superiore al +5,8% del Centro-Nord, e un incremento dell’occupazione attorno all’8%, pari a quasi mezzo milione di nuovi posti. È una dinamica che nasce anche da fattori contingenti: minore esposizione ai principali shock globali rispetto al Nord, spinta edilizia favorita da incentivi e PNRR, e la ripartenza del turismo dopo la pandemia.

Dietro i numeri, però, il mercato del lavoro rimane polarizzato. Molta della nuova occupazione si concentra in settori a bassa qualificazione – turismo, ristorazione, edilizia – caratterizzati da contratti temporanei e salari modesti. Una ripresa “di quantità” che non garantisce mobilità sociale, né chiude il divario di competenze necessario per fare il salto di qualità produttivo.

Campania: un’economia che avanza, ma non decolla

Nel 2024 l’attività economica della Campania è cresciuta in misura contenuta: servizi in moderata espansione, manifattura fiacca, costruzioni in rallentamento dopo il boom. Le stime indicano una dinamica reale lievemente più debole del 2023 (1,2%), ma comunque superiore alla media italiana e del Mezzogiorno. Eppure, un dato pesante resta lì: il prodotto regionale non ha ancora recuperato il livello del 2007, prima della grande crisi finanziaria. Segno che il ciclo favorevole recente non ha sanato ferite di lungo periodo.

Questa asimmetria – crescita con memoria corta – pesa su investimenti, produttività e decisioni di vita delle persone. Le imprese, strette tra costi in aumento e domanda incerta, faticano a investire in tecnologie, competenze e internazionalizzazione. L’esito è una competitività fragile, troppo dipendente da incentivi e ondate turistiche, non da una base industriale rigenerata.

La questione sociale: povertà, disuguaglianza e diritto a restare

La tenuta sociale nel Sud rimane in bilico. Indicatori europei mostrano come regioni meridionali, tra cui la Campania, figurino ai vertici per rischio di povertà ed esclusione. Non è un’anomalia statistica, è un campanello d’allarme: quando metà delle famiglie vive a ridosso della soglia di vulnerabilità, il ciclo economico positivo non basta a stabilizzare le vite. Servono lavori di qualità, servizi accessibili, politiche abitative e un welfare territoriale capace di accompagnare transizioni complesse.

La conseguenza è la mobilità forzata di giovani con competenze spendibili, che cercano altrove quello che non trovano sotto casa. La Campania paga questo saldo migratorio con una perdita di capitale umano che indebolisce la capacità di innovare e guidare filiere ad alto valore. Una crescita che non trattiene è una crescita a metà.

Dove intervenire?

Per trasformare slancio in progresso, la priorità è la qualità del lavoro. Incentivi e spesa pubblica devono favorire contratti stabili e formazione continua, con percorsi mirati per settori che possono fare da “traino” (manifatture smart, agroalimentare avanzato, energia, servizi digitali). La Campania ha asset significativi – università, centri di ricerca, filiere culturali e turistiche – che vanno collegati in modo operativo alle necessità delle imprese e dei territori.

Altro punto chiave: governance e capacità amministrativa. Il PNRR ha attivato investimenti, ma la loro efficacia dipende dalla progettazione e dall’attuazione locale. Procedure chiare, tempi certi, partnership pubblico–privato e un uso intelligente dei dati possono ridurre dispersioni e massimizzare l’impatto. È il passaggio dal “fare spesa” al “fare sviluppo”.

Stefano Botta

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