Quando il tempo diventa alleato della camorra e lo Stato rischia di perdere ciò che aveva già conquistato
C’è una villa che cade a pezzi e un terreno incolto diventato discarica. Le finestre murate, le erbacce alte, i rifiuti accumulati come cicatrici. Scene comuni in Campania, soprattutto quando su un cancello scolorito campeggia una scritta che dovrebbe rassicurare: bene confiscato alla mafia.
E invece no. Perché l’abbandono, proprio come la criminalità organizzata, è paziente. Si insinua lentamente, mette radici, produce i suoi frutti avvelenati: degrado, rassegnazione, silenzio. Ed è in questi vuoti che le mafie continuano a respirare.
Un bene confiscato e lasciato marcire non è una vittoria dello Stato. È un messaggio sbagliato ai territori. È la dimostrazione che togliere ai clan è possibile, ma restituire alla collettività molto meno.
Eppure non è sempre così. A Casal di Principe, nel cuore di quella che per anni è stata la capitale del potere dei Casalesi, esiste una storia che dimostra l’esatto contrario. È quella della Villa Schiavone, la lussuosa dimora confiscata a Walter Schiavone, fratello del boss Francesco “Sandokan”, ispirata alla villa di Scarface. Per anni simbolo di ostentazione criminale, poi abbandonata e vandalizzata, oggi è un centro di riabilitazione per la salute mentale gestito dall’ASL di Caserta. Dove prima c’era il culto del potere mafioso, oggi ci sono cura, assistenza e presenza dello Stato.
Villa Schiavone dimostra che il problema non è la confisca. Il problema è tutto ciò che viene dopo.
Il paradosso dei beni confiscati in Campania
Secondo i dati ufficiali, in Italia sono oltre 18.000 gli immobili e quasi 3.000 le aziende sequestrate o confiscate alla criminalità organizzata. Una quota significativa di questo patrimonio si trova in Campania, regione che più di altre paga il prezzo dei ritardi nella gestione e nella destinazione dei beni.
In molti Comuni del Napoletano, del Casertano e del Salernitano, i beni restano chiusi per anni non per mancanza di progetti, ma per assenza di risorse, competenze e procedure rapide. I sindaci si trovano a gestire ville abusive, capannoni fatiscenti, terreni contaminati, senza fondi per ristrutturare o demolire. Il risultato è un corto circuito istituzionale: lo Stato vince in tribunale, ma perde sul territorio.
A Castel Volturno, ad esempio, numerosi immobili confiscati ai clan sono rimasti a lungo inutilizzati, esposti a vandalismi e occupazioni abusive, prima di essere recuperati. In altri casi, quando l’assegnazione è arrivata, il degrado era tale da rendere gli interventi economicamente insostenibili per gli enti locali.
Aziende sequestrate: una sconfitta che colpisce il lavoro
Ancora più drammatica è la sorte delle aziende. In Campania, come nel resto del Paese, circa il 90% delle imprese sequestrate non arriva alla confisca definitiva. Il motivo è quasi sempre lo stesso: dopo il sequestro arrivano la revoca dei fidi bancari, la perdita di fornitori, l’isolamento dal mercato.
Così imprese formalmente sane, soprattutto nei settori dell’edilizia, dell’agroalimentare e dei servizi, chiudono nel giro di pochi mesi. A pagare il prezzo non sono i clan, ma i lavoratori, che si ritrovano senza occupazione, e i territori, che perdono opportunità di sviluppo legale.
Il fattore tempo: l’alleato invisibile delle mafie
Il nodo centrale resta il tempo. Tra sequestro e confisca definitiva possono passare anni, durante i quali i beni:
• si deteriorano,
• perdono valore economico e simbolico,
• diventano monumenti all’inefficienza dello Stato.
Un bene confiscato e lasciato vuoto non rafforza la fiducia nelle istituzioni. Al contrario, alimenta la percezione che senza la criminalità non ci sia futuro, soprattutto nelle aree più fragili. È su questa percezione che le mafie hanno costruito il loro consenso sociale.
Da simboli del potere criminale a presìdi di legalità
La storia di Villa Schiavone dimostra che un’alternativa è possibile. Quando lo Stato riesce ad agire in tempi rapidi, investendo risorse e competenze, i beni confiscati diventano strumenti concreti di riscatto, non slogan.
Serve un cambio di passo: assegnazioni più rapide, fondi immediatamente disponibili, tutela delle aziende sane e dei lavoratori, semplificazione delle procedure urbanistiche e amministrative. Perché ogni bene che rinasce è una sconfitta reale per la criminalità organizzata, mentre ogni bene abbandonato è una vittoria silenziosa delle mafie.
In Campania, più che altrove, questa non è solo una questione amministrativa. È una sfida civile, politica e culturale che riguarda la credibilità dello Stato e il futuro dei territori che per troppo tempo hanno conosciuto solo il volto del potere criminale.
Fabio De Rienzo
